Comitato per la sicurezza alimentare: i progressi della società civile tra obiettivi raggiunti e nuove sfide per il futuro

La 37esima sessione del CFS (Committee on World Food Security), il Comitato per la sicurezza alimentare, che si è svolta dal 17 al 22 ottobre scorso presso la FAO, ha mostrato di essere uno spazio serio di discussione in cui si sono confrontati, non senza momenti di tensione e di accese conflittualità, punti di vista spesso contrapposti. Sottolineando l’importanza cruciale degli argomenti trattati. Lentamente ma inesorabilmente il punto di riferimento per la discussione dei temi legati all’agricoltura e al diritto al cibo pare destinato a spostarsi dal WTO, in cui è consolidato il diktat del libero commercio, al CFS dove è il diritto al cibo la norma da cui discende ogni proposta.
Al centro del dibattito: volatilità dei prezzi alimentati, governance della terra, land grabbing, investimenti in agricoltura. Questioni delicate che inducono giri d’affari “stellari” per i grossi investitori. Affamando il pianeta.
Non stupisce, quindi, che l’attenzione da parte di attori come le corporazioni agroalimentari, il WTO e la banca Mondiale che hanno partecipato attivamente ai dibattimenti in aula, sia rimasta sempre molto alta: la posta in gioco è di miliardi di dollari ogni anno.
Gli obiettivi prioritari della società civile, invece, già chiaramente delineati nel corso della 36esima sessione del CFS lo scorso anno, sono stati: difendere i piccoli produttori e valorizzare i loro modelli di produzione agricola sostenibile attraverso investimenti pubblici e politiche mirate, ottenere il riconoscimento definitivo del diritto alla terra da parte dei piccoli produttori come risorsa fondamentale per garantire la sicurezza alimentare e agire sulle cause della volatilità dei prezzi alimentari, compresa la speculazione finanziaria
Sfide ardue, specie laddove si consideri che il foglio di discussione su cui si apriva il CFS appariva fortemente orientato in favore degli investimenti delle corporazioni e del modello di agricoltura industriale. Eppure, la società civile è riuscita a volgere il dibattito verso l’affermazione dell’agricoltura familiare sostenibile come volano di sviluppo e a veder riconosciuto il ruolo centrale della piccola produzione agricola nella lotta alla fame e per la stabilità sociale. Una contrapposizione degna di “Davide e Golia”. Solo che, questa volta, i “Davide” erano tanti, ben preparati e agguerriti. Anche grazie alla forte presenza dei rappresentanti delle organizzazioni contadine che “hanno portato la realtà nelle sessioni di dibattito con un’eloquenza inconfutabile che ha sventato il tentativo di far dimenticare che i produttori di piccola e media dimensione producono la maggior parte del cibo consumato nel pianeta e assicurano di tasca propria la maggior parte degli investimenti in agricoltura” ha commentato Nora McKeon di Terra Nuova e membro del segretariato collegiale del CISA.
Per questo motivo è profondamente auspicabile che in futuro la loro partecipazione venga incrementata in tutte le fasi del processo: dalla definizione alla costruzione degli obiettivi fino alla loro implementazione, attraverso metodologie che li coinvolgano concretamente.
Sostanziale, inoltre, nelle frenetiche giornate di discussione, l’apporto di alcuni side event fortemente rappresentativi del carattere inclusivo del CFS, tra cui Africa can feed itself in cui i governi e le organizzazioni contadine africane attraverso un confronto paritetico hanno dato il via a un dialogo continuativo che ha rafforzato le posizioni della società civile nelle discussioni plenarie.
Intanto, mentre si svolgevano i lavori all’interno della FAO, fuori la mobilitazione montava chiedendo risposte concrete contro il land grabbing e per il diritto alla terra. Rappresentanti della Via Campesina, dell'Ipc e del Comitato italiano per la sovranità alimentare (Cisa) hanno sostenuto le ragioni dei piccoli produttori e delle comunità indigene attraverso un presidio che ha attirato l’attenzione della stampa.
I risultati conseguiti sono stati importanti: dal riconoscimento del ruolo primario dei piccoli agricoltori nella duplice veste di promotori della sicurezza alimentare e di primi investitori sul mercato agricolo fino all’approvazione di oltre il 70% delle Voluntary Guidelines per una governance responsabile del regime fondiario e per l’amministrazione delle altre risorse naturali. Oltre, ovviamente, al riconoscimento del CSF come forum di primaria importanza a livello globale. E non solo dal punto di vista delle della società civile.
Nonostante questi passi decisivi, però, quest’ultima non intende abbassare la guardia ricordando che è ancora irrisolta la questione della volatilità dei prezzi alimentari: “E’ Un fenomeno che sta impoverendo sempre più sia i coltivatori, che non riescono a vedere giustamente remunerato il proprio lavoro, che i consumatori, incapaci di reperire sul mercato merci a prezzi equi. Su questo punto purtroppo il CFS ha perso un'occasione importante, limitandosi a riproporre le ricette già suggerite dal G20 e demandando di fatto le decisioni al vertice tra le venti maggiori economie del mondo, trascurando le vere esigenze della maggioranza degli abitanti del pianeta”. Ha commentato Andrea Ferrante di AIAB.
Tuttavia, come non manca di sottolineare Antonio Onorati, presidente di Crocevia, focal point dell'Ipc, la rete mondiale dei movimenti sociali per la sovranità alimentare, e del Segretariato collegiale del CISA “La posta in gioco è ancora alta, da definire in una sessione straordinaria del CFS, che chiediamo sia convocata a inizio 2012 e che affronti la parte della regolamentazione degli investimenti per l'acquisto della terra e della sua redistribuzione, mettendo l’accento sulle politiche pubbliche e dello Stato che pongono problemi in tutti i casi in cui ci troviamo di fronte legislazioni nazionali deboli e a Stati autoritari. Bisogna bloccare, inoltre, la concentrazione delle terre in un numero sempre più ridotto di aziende, ridistribuendo le terre agricole e dando accesso alla terra ai giovani. Perché una presenza numerosa di aziende agricole è il primo passo per la difesa del diritto al cibo.