Vai al contenuto

Home | Sala stampa

La verita' sulla fame in Niger… la strana storia dei pomodori italiani in senegal… dalla viva voce dei contadini africani

... E scoprirete anche che le rese delle terre contadine nell’Africa Subsahariana crescono, anno dopo anno, nonostante la carestia…
…E che i consumatori del Senegal preferiscono i pomodori di casa loro, perché la passata "cosiddetta italiana" che trovano al supermercato è rossa per i coloranti e, forse, anche mezza cinese…

“Salvare il Niger dalla carestia?
E’ possibile, basta smettere di investire negli aiuti e gestire meglio acqua, semi e raccolti nelle annate più fertili…”

Boureima Dodo, Niger, Piattaforma contadina nazionale

Su 12 milioni di abitanti del Niger, circa 3,6 milioni sono intrappolati in quella che le Nazioni Unite definiscono una "grave crisi per la sicurezza alimentare". Oltre 800.000 bambini sotto i 5 anni sono a rischio: di questi, 32.000 sono in immediato pericolo di vita, in quanto affetti da malnutrizione grave, altri 160.000 soffrono di malnutrizione moderata.

Durante il 2004, una gravissima invasione di locuste ha distrutto quasi il 100% del raccolto, mentre la siccità ha compromesso produttività agricola e determinato l’inaridimento dei terreni da pascolo. Il risultato, nel 2005, è stato un drammatico aumento del prezzo del grano e una diminuzione significativa di quello del bestiame, privando una grande fetta della popolazione dei fondamentali mezzi di sussistenza e della possibilità di acquistare gli alimenti di base. Gli effetti congiunti di tali fattori hanno prodotto una grave carestia che mette a serio rischio la vita di ¼ dell’intera popolazione del Niger.

La carestia raccontata da un pastore

“In Sahel le annate agricole hanno una caratteristica che si ripete anno dopo anno– racconta Dodo – speranze che succedono alla disperazione, seguite da altra disperazione. Così è stato anche nel 2004 e nel 2005. Da aprile si annunciavano piogge precoci. Sono arrivate abbondanti e ben distribuite. Gli agricoltori del Sud del Paese seminano e il bestiame risale verso Nord per trovare dei pascoli verdi. Le cisterne si riempiono. Uomini e animali tirano un sospiro di sollievo: è la speranza”.

Ma la speranza non dura a lungo: “Due mesi dopo è già l’angoscia. Due mesi di aridità, il cielo si rischiara. Il sole s’istalla alto nel cielo, dissecca, e si scalda sempre di più. I germogli giovani appassiscono. Due mesi senza una goccia di pioggia. Sguardi inquieti scrutano un cielo che resta di marmo, inquietante. Veglie di preghiera vengono organizzate un po’ dappertutto. Invano. I campi e i pascoli seccano. E’ il panico, si assiste a grandi migrazioni di uomini e di bestiame”.

Ma le piogge tornano, abbondanti e ben distribuite. Si risemina o si completa la semina. I pascoli rinascono.

“In noi era rinata la speranza – continua Dodo - perché le previsioni annunciano un inverno fecondo, eccezionale. E’ durata poco, perché si annunciano le locuste. Sono alle porte del Niger”.

Le sorprese in Niger non sono ancora finite: mentre eravamo quasi pronti con le reti e le protezioni per riparare i campi, dopo un solo mese le piogge si arrestano, precocemente. Ma le sementi avevano bisogno di tanta acqua, proprio in quel momento. Le cisterne non sono ancora piene. Gli affluenti del fiume Niger non versano acqua a sufficienza per garantirgli una portata adeguata. Il fiume stagna. L’erba da pascolo appassisce una seconda volta.

“Quando le piogge svaniscono arrivano le locuste – spiega Dodo – si istallano, depongono le larve, al loro passaggio distruggono e con loro svaniscono tutte le nostre speranze. E’ la catastrofe. La sola domanda che si pone la gente è: che cosa possiamo fare?”

Agricoltori e pastori: dai cicli della natura alla proprietà privata

In Niger, come in molti altri Paesi africani, l’industrializzazione dell’agricoltura è andata a modificare cicli millenari di integrazione tra insediamenti umani e risorsa naturale, e tra insediamenti umani stanziali e nomadi, causando un forte impatto sulla terra e sulla sua fertilità.

“In Niger al tempo dei nostri padri, ma anche oggi in alcune aree – spiega Dodo – il lavoro di agricoltori e pastori si avvicendava sulla stessa terra, portandole nutrienti e traendone i frutti con la forza delle braccia”.

La proprietà delle terre, come in molti altri Paesi dell’area Saheliana, era della comunità. Agricoltori e pastori stringevano fra loro dei “contratti di concimazione”: fino a gennaio-febbraio le terre ricche del Sud erano occupate dal bestiame e dalle greggi. Gli animali ripulivano i campi dai residui del raccolto, l’ammorbidivano con le zampe, la concimavano. “La terra era ricca – ricorda Dodo – la concimazione non costava niente, e anzi, in cambio del foraggio naturale gli agricoltori ricevevano carne da macellare e qualche capo per il proprio consumo. Poi gli allevatori lasciavano la terra e si spostavano al Nord, la terra tornava in mano agli agricoltori che cominciavano a dissodarla. Tutto aveva il suo ritmo, la gente conviveva in pace c’ea posto per tutti”. Poi l’agricoltura intensiva ha incentivato la recinzione delle terre, gli allevatori sono stati costretti al Nord, dove la terra si è ancor più impoverita per l’alta concentrazione di bestiame. “le terre, ormai- aggiunge Dodo – sono avvelenate dai concimi chimici e quando le bestie mangiano l’erba dei campi intensivi stanno male e la carne non è più commestibile. La terra, inoltre, si è impoverita perché l’acqua delle grandi piogge lava via tutti gli inputs chimici. Ogni anno bisogna ricomprarne sempre di più, e tra i disastri naturali e i prezzid ei prodotti agricoli che calano sempre di più, contadini e allevatori sono pieni di debiti. La gente si uccide per la vergogna e per estinguere i debiti, oppure scappa in città, dove non riesce a lavorare e sprofonda nella miseria. Un dramma nel dramma”.

Programmazione naturale dell’acqua e della terra: le proposte dei contadini e degli allevatori

“La siccità? Non possiamo proprio dire che per noi sia una sorpresa”, sottolinea sarcastico Dodo. “Ogni due-tre anni la storia è sempre la stessa – racconta - Il sole spacca la terra e le risposte non ci sono. Quando raggiungiamo il punto più basso le agenzie internazionali annunciano un programma di aiuti alimentari. Che puntualmente nei villaggi non arrivano. Oppure bastano per due-tre giorni, e poi torna la disperazione. Gli aiuti finiscono spesso sui banchi dei mercati dei villaggi, a prezzi bassissimi, e quel poco che agricoltori e pastori riescono ancora a produrre rimane venduto, oppure viene dato via a prezzi da fame”.

Ma i movimenti contadini, che aderiscono al Roppa, chiedono altri interventi: “Vorremo un piano d’irrigazione serio, basato sulla programmazione dell’erogazione d’acqua e sulla costruzione di cisterne comunitarie, non su sistemi di irrigazione intensivi che svuotano i fiumi e ci lasciano presto a secco. Sarebbe possibile stoccare l’acqua in eccesso per i tempi difficili e programmarla in modo razionale”. La seconda priorità è quella di una programmazione agricola che rispetti i cicli naturali di condivisione delle terre, privilegiando l’agricoltura a lotta integrata e l’agricoltura biologica che non danneggia la salute degli animali, e la salute delle persone che devono il latte e mangiano le carni animali.

La terza priorità riguarda gli stessi allevatori, per i quali dovrebbe essere promossa una migrazione stagionale controllata e organizzata.

La quarta priorità riguarda l’aiuto alimentare, che dovrebbe essere acquistato dalle organizzazioni dei produttori locali per quanto possibile, oppure acquistata dalle aree limitrofe e venduta a prezzi calmierati.

“E in Senegal i contadini africani vendono meno i propri pomodori per la concorrenza sleale di quelli pugliesi, che i contadini italiani devono difendere sulle barricate…”

Saliou Sarr, Senegal, Consiglio Nazionale di concertazione e cooperazione rurale

La produzione agricola del Senegal rappresenta il 20% delle sue esportazioni totali, ma questo Paese, paradossalmente, è un forte importatore di cibo, in particolare di riso che rappresenta il 75% delle importazioni di cereali. “Nel 1994 hanno svalutato il franco africano (Cfa) – spiega Sarr – ma le esportazioni non sono aumentate come si aspettavano. I prezzi dei prodotti agricoli sono caduti a picco, come i nostri guadagni e non abbiamo avuto alcun beneficio. Anzi, gli ultimi rapporti della Fao denunciano che un mercato ancora più liberalizzato sotto la spinta della Wto potrebbe colpire ancora più negativamente interi settori agricoli e industriali: dalle cipolle al riso, dallo zucchero al concentrato di pomodoro. La nostra esperienza diretta ce lo aveva già provato sin dall’inizio”.

Un mercato liberalizzato senza nuove opportunita'

Nonostante l’implementazione delle successive fasi di liberalizzazione fin dal 1979, la performance agricola complessiva è rimasta sempre molto diseguale. Il settore genera appena il 18% del Pil nazionale, e il dumping internazionale fa sì che, nonostante le accresciute capacità produttive, il 55% dei cereali consumati sia ormai importato. Un problema gravissimo se si pensa che circa il 75% della popolazione dipende dall’agricoltura per vivere. E che dunque circa il 23-30% della popolazione risulti sottoalimentata nonostante la maggior parte della popolazione senegalese si concentri nelle aree rurali, situate nella parte occidentale del paese.

Il totale delle importazioni alimentary è cresciuto del 90% dal 1985 al 1990, secondo i dati Fao, passando da un valore di 199 milioni US$ a 322 milioni US$.

“Le coltivazioni scarse e insufficienti – spiega Sarr - anche a causa di risorse naturali non protette, non garantiscono le condizioni di vita dignitose al 54% della popolazione, che vive con meno di un dollaro al giorno”.

Il pomodoro: un prodotto che fa la differenza

La produzione del pomodoro in Senegal si concentra nella regione di Saint-Louis, lungo il fiume Senegal, nei dipartimenti di Dagana e di Podor. Essa coinvolge più di 30mila capofamiglia che sono piccoli agricoltori familiari. E' quindi un prodotto sensibile per l'economia di 30mila famiglie a medio reddito, molto esposte alla fluttuazione dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli.

“Nelle ultime annate la produzione è variata tra le 75.000 tonnellate di pomodoro fresco venduto a due fabbriche che hanno una capacità di trasformazione di 50mila tonnellate – aggiunge Sarr -. La superficie coltivata dagli agricoltori è di 3500 ettari, il prezzo pagato ai produttori è di 48,5 CFA al chilo, ossia 0,7 euro al chilo. “Un prezzo già basso – spiega Sarr – ma che come organizzazioni contadine siamo riusciti a rendere almeno stabile grazie a un accordo pluriennale di fornitura con le due industrie di trasformazione”.

In Senegal c'è mercato per circa 12.000 tonnellate di doppio concentrato. Questo significa che con questo consumo interno il Senegal sarebbe autosufficiente nella produzione di pomodoro, che per di più certificato secondo gli standard nazionali al 100% naturale. Il Senegal potrebbe rendere anche più redditizia questa produzione perché avrebbe la possibilità di esportare parte del doppio concentrato nelle aree limitrofe.

“Al negozio il doppio concentrato locale costa 1100 CFA – racconta Sarr - cioè 1,6 euro e grazie all’accordo che le organizzazioni contadine hanno stretto con le imprese di trasformazione, ogni due anni il prezzo pagato ai produttori per la materia prima, viene confermato e lievemente ritoccato al rialzo”.

Pomodori italiani e pomodori cinesi: una corsa contro la qualità

Per rimediare al fortissimo impatto che la liberalizzazione aveva avuto sulla sicurezza alimentare della maggioranza dei suoi cittadini, il Senegal ha adottato un Regime di protezione tariffaria contro le importazioni che si sovrappongono alle produzioni agricole già presenti sul terreno nazionale. “Nonostante tutto questo – sottolinea Sarr – le nostre produzioni, che negli anni sono migliorate in quantità ma anche in qualità, come il mercato sembrava chiederci, stanno subendo un attacco frontale da parte di Italia e Cina. Gli inglesi lo chiamano dumping, è una parola elegante per chiamare la vendita sottocosto, la concorrenza sleale, e non possiamo fare altro che denunciare.

Il mercato del Senegal, infatti, è stato invaso in una prima fase da un concentrato di pomodoro di fabbricazione italiana, che arriva dalla regione di Battipaglia, stando all'etichetta, cui i fantasiosi fabbricanti hanno attribuito un marchio simil-africano "Waalo", che nella lingua locale identifica proprio la terra nella quale si coltivano i pomodori.

Il prezzo di vendita del pomodoro concentrato italiano "mascherato da africano" scende al negozio bel al di sotto i 1050 CFA al chilo, invadendo un mercato già saturo, per giunta. Il pomodoro attira naturalmente i più poveri, ma è più rosso e più diluito del pomodoro locale, e non è naturale. “la concentrazione di coloranti e conservanti che abbiamo rilevato – denuncia Sarr – è preoccupante, ma quel colore acceso attira le persone più sprovvedute, invece che insospettirle. Il risultato è che questo alimento è poverissimo di vero nutrimento e pieno di chimica. E in una situazione di alimentazione difficile questo non può che complicare lo stato di salute dei senegalesi poveri”.

Eppure sembra non esserci mai fine nella corsa al ribasso. Le tecniche di lavorazione alimentare sono sempre più fantasiose se l’obiettivo è quello di utilizzare sempre meno materia prima, a prezzo sempre più stracciato.

In questa corsa il concentrato presunto italiano viene battuto dal pomodoro cinese. “Waalo oggi è anch'esso sotto scacco – commenta Sarr - perché un cartello di produttori libano-siriani importano un triplo concentrato dalla Cina, anch'esso mascherato dietro un nome di origine senegalese Pallène. Il triplo concentrato viene diluito in un doppio concentrato, e immesso sul mercato a prezzi ancora inferiori. La qualità, se possibile, risulta ancora più scadente. E contro questi trucchi non c’è sviluppo rurale o sviluppo qualitativo che ci possa salvare. Abbiamo bisogno di regole e di attenzione internazionale perché le nostre storie vengano conosciute e i comportamenti sleali vengano denunciati e condannati”.

Boureima Dodo e Saliou Sarr e sono rappresentanti nazionali della Rete delle organizzazioni contadine africane ROPPA.

EuropAfrica/Terre Contadine
www.europafrica.info
Una campagna promossa da Terra Nuova e Crocevia per il GA Gruppo d’Appoggio al movimento contadino dell’Africa Occidentale- fra gli altri AUCS, CIPSI, CISV, COSPE
Con la partecipazione di Coldiretti e del Réseau des organisations paysannes et de producteurs agricoles de l’Afrique de l’Ouest (ROPPA)
in collaborazione con ROBA dell’Altro Mondo /FAIR