Latte decentrato - Articolo pubblicato su Carta
L’articolo pubblicato su Carta racconta la forte crisi che ha colpito il settore del latte, in Italia e in tutta Europa.
Di Paola De Meo
Champs Elisées, Parigi, mattina del 15 ottobre scorso. Lo scenario classico da foto ricordo era funestato da decine di allevatori, che dopo aver occupato il parco coi loro trattori davano fuoco a numerose balle di fieno. È solo un esempio fra i tanti di un problema che rischia di lasciare a piedi diverse migliaia di produttori europei, mentre i prodotti caseari che provengono dal mondo intero si fanno concorrenza sui nostri mercati. A fronte di prezzi sempre più bassi, i produttori di latte rivendicano una remunerazione giusta del loro lavoro, che tenga conto del contesto di produzione di uno dei mestieri più esigenti al mondo: lavoro altamente qualificato, condizioni di lavoro restrittive e forti investimenti per rispettare le sempre più rigide normative europee.
In Europa un approccio di regolazione dominato dal mercato prende il posto del sistema di regolazione pubblica, portando allo smantellamento dei meccanismi di intervento: gestione dei prezzi e quote latte. I prezzi interni dell’UE dipenderanno sempre di più da quelli internazionali, estremamente volatili, ed in particolare da quelli di una materia prima industriale come il latte in polvere.
Questo il risultato di politiche agricole che, sulla scia dei dettami dell’OMC, vogliono favorire la libera concorrenza. La realtà parla invece di oligopoli sempre più forti nella distribuzione, dove i perdenti sono produttori e consumatori, gli anelli deboli della catena. I primi percepiscono una parte sempre più ristretta del guadagno, i secondi pagano un prezzo più alto a fronte di prodotti di dubbia qualità.
I produttori del sud subiscono da molto tempo la stessa situazione, con impatti ben più devastanti sul reddito e la sicurezza alimentare. Non a caso le proteste europee sono poca cosa in confronto a quelle esplose negli ultimi due anni, soprattutto nelle maggiori città di numerosi paesi africani, che (grazie alle stesse regole) da esportatori sono diventati importatori netti di cibo, con esposizione crescente agli effetti della volatilità dei prezzi nei mercati internazionali.
Con una tale pressione del mercato, come produrre in maniera sostenibile, tenendo conto dell’ambiente, e della salute dei consumatori?
Chi governa la nostra alimentazione e le nostre vite a rischio di distruggere l’agricoltura, sradicare gli agricoltori, aumentare la fame nel mondo?
Sono alcune delle domande poste nei gruppi tematici del recente Forum della società civile, parallelo al vertice FAO, tenutosi a Roma dal 13 al 17 novembre, al quale Terra Nuova ha preso parte nel quadro della campagna Italiafrica.
Le risposte dei movimenti sociali e delle organizzazioni contadine del Nord e del Sud, partono da un dato evidente: è il modello di produzione agro-ecologico a fornire l’80% del cibo che viene prodotto sul pianeta; e la produzione mondiale sarebbe sufficiente a sfamare tutta la popolazione. Perché questo avvenga le politiche agricole dovrebbero favorire sistemi estensivi, diffusi, decentrati e orientati ai mercati locali più che all’esportazione verso quelli esterni. Il paradigma della sovranità alimentare dovrebbe ispirare una nuova impostazione della ricerca scientifica, capace di integrare i saperi tradizionali e le esigenze dei piccoli produttori, con particolare attenzione alle donne, ai giovani rurali ed agli indigeni. I concetti di “rete del cibo” (opposta alle economie di scala e all’agroindustria) e “complex alimentarius” (in opposizione al codex ed alle regole internazionali) dovrebbero permeare il nostro modo di ripensare l’agricoltura.
Concetti astratti, irrealizzabili secondo i campioni dell’agrobusiness, che siedono spesso assieme ai governi a disegnare nuove strategie per nuovi fallimenti nella lotta alla fame. Vediamo allora un esempio chiaro, e qualche numero su come una rete ben organizzata e il mercato locale possano dare alcune risposte concrete, anche se su piccola scala. Su questa linea si muove il progetto Italiafrica, frutto di una campagna più vasta, condotta da Terra Nuova, insieme ad altre ONG, organizzazioni agricole ed associazioni come Coldiretti, ARI, AIAB che cercano di creare nuove alleanze tra produttori e consumatori e di costruire ponti tra realtà agricole africane ed itliane.
Una rete strategica di alleanze tra territori
Il progetto ItaliAfrica, nasce grazie alle sinergie di una rete che da anni lavora all’avvicinamento delle organizzazioni contadine e della società civile africana ed europea, portando avanti una riflessione ed un’azione comune rispetto alle politiche agroalimentari, del commercio agricolo e della cooperazione internazionale.
Tra le attività del progetto, diverse occasioni di dibattito e di sensibilizzazione per promuovere il dialogo tra il Roppa (Réseau des Organisations Paysannes et des producteurs Agricols de l’Afrique de l’Ouest, che raggruppa le maggiori associazioni contadine di 15 paesi dell’Africa Occidentale) le organizzazioni agricole europee, le istituzioni nazionali e internazionali, in sostegno all'elaborazione di politiche e strategie volte a garantire la sovranità alimentare, in Africa ed in Europa.
Per tutto il 2009, attività di scambio e visite di terreno hanno interessato diverse regioni italiane, per permettere la conoscenza diretta e il confronto tra esponenti del mondo agricolo dei due continenti. In seguito a questi scambi stanno nascendo delle reti di partenariato tra territori, basate sulla difesa del modello di produzione agro-ecologico e sulla promozione dei mercati locali.
In Lazio ad esempio, una serie di attori del territorio, tra cui l’Università della Tuscia, AUCS Aiab, Coldiretti, Cia ed alcuni enti locali, si sono messi in rete per dare vita ad un partenariato con la piattaforma contadina del Mali, definendo pratiche e strategie condivise per la promozione della filiera latte anche attraverso l’appoggio alla trasformazione e alla valorizzazione del prodotto in Mali, per permettere di aumentarne il valore aggiunto. Date le caratteristiche delle unità produttive, del territorio e del mercato maliano, le piccole unità di trasformazione, o minilatterie, sembrano essere una chiave di volta per mettere in pratica i principi affermati e condivisi, a vantaggio della sicurezza alimentare e di un livello di reddito maggiore e più stabile per gli allevatori maliani.
Una delegazione dell’Università di Viterbo, Coldiretti e di AUCS, ha visitato 10 villaggi del Cercle di Nioro du Sahel, dove l’etnia Pehul è maggioritaria, e l'allevamento è un elemento importante del patrimonio culturale e tradizionale della comunità. Qui ha potuto constatare il forte legame tra territorio e saperi locali, anche in materia di medicina veterinaria tradizionale, un patrimonio rilevante ma largamente trascurato dalla ricerca ufficiale, anche dei paesi del sud.
Le mini latterie in Mali: declinazione locale del concetto di sovranità alimentare
“Ogni villaggio ha le sue mandrie ed ogni giorno si spostano dal villaggio per raggiungere i bacini d'acqua, le mares. Il settore agrozootecnico è in grado di garantire la sopravvivenza ai circa 250.000
abitanti del distretto amministrativo di Nioro. Il latte di capra e i relativi prodotti trasformati, come burro e formaggio, costituiscono una risorsa destinata in parte all'autoconsumo delle comunità, in parte, scambiata o venduta sui mercati locali. Le attività di raccolta, trasformazione e commercializzazione sono, nella struttura sociale delle comunità Peul, affidate alle donne che provvedono anche a gestirne i modesti redditi”, racconta Delizia Del Bello di AUCS.
Come nella maggior parte dei paesi in Africa occidentale, negli ultimi 20 anni si assiste anche in
Mali ad un’evoluzione degli stili di consumo, in parte legati all’urbanizzazione e all’invasione dei mercati domestici da parte dei prodotti alimentari importati.
Nonostante il paese abbia i numeri per garantire l’autosufficienza e la sovranità alimentare della sua popolazione (per quanto riguarda il latte si stima una produzione di 600.000 tonnellate/anno) il 50% del latte consumato ogni anno proviene dal mercato d’importazione.
Quello del latte in Mali dunque, è un esempio paradigmatico di quanto la sicurezza alimentare non sia un problema di disponibilità, e quindi di aumento della produzioni di alimenti, ma prima di tutto, di politiche e diritti, di accesso alle risorse produttive, alle tecnologie e ai mercati.
Solo il 10% del latte prodotto localmente è inserito nel mercato della zona periurbana di Bamako. Una de-connessione temporale e spaziale tra la domanda e l’offerta caratterizza la filiera in tutto il paese: il latte abbonda soprattutto nella stagione umida e in zona rurale, a fronte di un mercato solvente che si situa prevalentemente nelle zone urbane e durante la stagione secca (quando la disponibiltà di pascolo è inferiore). La mancanza di politiche nazionali in appoggio alla filiera si combina con gli effetti delle politiche regionali della Comunità economica dell’Africa Occidentale (CEDEAO) che non proteggono i mercati locali dall’invasione del prodotto in polvere, tassato al 5%, una tariffa molto bassa, se paragonata ad esempio al Kenya dove lo stesso prodotto è tassato al 60%. Gli Accordi di partenariato Economico che l’Unione Europea sta negoziando con i paesi dell’area rischiano di peggiorare la situazione.
Condizionati dal processo di desertificazione ed erosione e dalle limitate disponibilità idriche che rendono estremamente vulnerabili gli ecosistemi, non beneficiando di un facile accesso né ai fattori produttivi, né ai propri mercati, gli allevatori sono costretti a svendere il latte prodotto localmente. Il dispositivo della mini latteria rurale, permette invece di valorizzare una parte della produzione di latte, grazie alla raccolta centralizzata, che riduce i costi di conservazione e permette la trasformazione.
La mini latteria si inserisce in un circuito relativamente corto, che raccoglie il latte dei produttori vicini, e arriva ai mercati di prossimità. Il personale impiegato proviene dalle comunità locali, e sviluppa competenze che gli permettono di creare e distribuire valore aggiunto, raccogliendo e trasformando volumi di latte relativamente modesti (100 a 200 L in media al giorno).
Lo sviluppo della produzione e trasformazione del latte locale costituisce così, un’alternativa certamente valida per diversificare l’offerta e aumentare l'occupazione. Al contenmpo, è una sfida molto importante, considerato il potere e l’impatto delle importazioni sull’economia del Mali.
Il Mali copre una superficie di 1.200.000 km 2 divisi in 8 regioni, di cui la maggior parte desertica. Il paese conta 12 milioni di abitanti di cui 2 vivono nella capitale Bamako. La speranza di vita non supera i 50 anni con tasso di mortalità infantile molto elevato. 65% della popolazione è povero o molto povero, tuttavia vi è una crescita economica positiva e condizioni stabili di democrazia grazie anche ad una società civile dinamica.
L’allevamento in Mali:
Con 7 milioni di bovini, 16 milioni di piccoli ruminanti, e 500.000 cammelli soprattutto al nord del paese, il Mali conta un patrimonio di capi tra i più importanti dell’Africa. L’agricoltura rappresenta il 45% del prodotto interno lordo, l’allevamento il 10% del pil. Circa il 30% della popolazione dipende in modo diretto dall’allevamento ed indirettamente la proporzione si eleva all’80%. Il latte rappresenta il 40% dei redditi dell’allevamento, ma la produzione è insufficientemente valorizzata. Il 50 % del consumo di latte sul piano nazionale è importata. Circa 30-50 litri anno per abitante, quindi 560.000 tonnellate anno. La produzione è di 600.000 tonnellate, in assoluto quindi l’offerta interna permetterebbe di soddisfare i bisogni.